Una panchina rossa nel parco di Bez!

In occasione della Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, abbiamo installato una panchina rossa simbolo del rifiuto della violenza nei confronti delle donne presso il parco di Bez, lo spazio di verde pubblico tra le vie Marostica, Fornari e Massaua.

La panchina rossa intende evocare permanente memoria e sensibilizzare contro una forma di violenza quanto mai odiosa, che va contrastata con ogni mezzo. Sulla panchina sono riportate due scritte fondamentali: 1522, il numero nazionale del servizio di antiviolenza e stalking e Non sei sola, per far sentire la propria presenza e il proprio sostegno a tutte le donne in difficoltà che non hanno ancora avuto la forza di denunciare o che stanno valutando di denunciare il proprio dramma.

“Abbiamo deciso di aderire al progetto nazionale Panchine Rosse, promosso a Milano dalla Commissione comunale Pari Opportunità, come segno tangibile di vicinanza non solo al territorio in cui operiamo, ma soprattutto alle donne che vivono momenti di disagio e difficoltà.” – così Salvatore Poloni, Condirettore Generale di Banco BPM – “La Banca ha sviluppato e sta promuovendo diversi progetti di inclusione per valorizzare la parità di genere; con questo gesto simbolico vuole richiamare ancora una volta l’attenzione sul rispetto delle donne e delle pari opportunità nella convinzione che lasciare alle generazioni future una società più equa e inclusiva rappresenti un valore importante”.

“È importante – dichiara la presidente della Commissione Pari Opportunità del Comune di Milano Diana De Marchi – che realtà diverse si uniscano e collaborino nel contrasto alla violenza sulle donne anche con gesti simbolici che testimoniano un percorso articolato in diverse azioni per far vivere insieme pubblico e privato e moltiplicare gli sforzi per diffondere la logica delle pari opportunità nella nostra città

In occasione della ricorrenza di quest’anno, abbiamo raccolto la testimonianza di Stefania Rossi esperta di comunicazione. Nell’ambito della lotta alla violenza di genere lavora con La Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, la rete nazionale D.i.Re Donne in rete contro la violenza, la Rete Antiviolenza del Comune di Milano. Ha gestito interventi di sensibilizzazione in numerose aziende e percorsi formativi sulla comunicazione sulla violenza di genere al Master in Comunicazione del Politecnico di Milano.

Buongiorno Stefania, potremo un giorno non dover festeggiare la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ossia ce la faremo a sconfiggere la violenza contro le donne?

Eliminare la violenza maschile contro le donne dalla vita di tutte e di tutti: obiettivo ambizioso.

Nelle cronache nazionali si trovano con frequenza inquietante notizie che riguardano femminicidi – che non diminuiscono, mentre il numero generale degli omicidi negli ultimi anni è in costante calo. E, lo sappiamo, la violenza contro le donne è anche molto altro. E molto frequente. Perché? Perché le donne che vogliono essere libere vengono uccise? Perché si parla ancora di “raptus”, di gelosia, di tradimento? Perché le donne guadagnano ancora meno degli uomini e le stanze del potere sono ancora abitate in maggioranza da uomini?

Come facciamo a raggiungere la libertà se ancora siamo bloccate da stereotipi e pregiudizi che fatichiamo anche a riconoscere?

È da tempo che si parla del cambiamento culturale necessario per una lotta efficace alla violenza maschile contro le donne, ma sono poche le azioni che incidono concretamente e che determinano un vero mutamento di un’abitudine consolidata nella società. È ancora facile ascoltare giustificazioni sessiste a violenze, anche cruente, contro le donne.

Qual è l’equivoco culturale sul quale intervenire?

Abbigliamento, abitudini sessuali, atteggiamenti assertivi, ribellione alle consuetudini, rifiuto di essere sottomesse e controllate sono argomenti usati come chiave di lettura delle violenze agite da uomini contro le “loro” donne.

Quali messaggi è necessario correggere?

I corpi delle donne sono ancora oggetto di scelte di comunicazione talvolta incomprensibili (quante sono ancora oggi le pubblicità che usano le donne come oggetti). C’è poi il tema delle tante forme di comunicazione che, lo sappiamo, sono intrise di sessismo e stereotipi. Dall’informazione giornalistica al cinema, dalla pubblicità al teatro, passando dalla moda e dalla letteratura: quanto è faticoso riuscire a togliere la comunicazione tossica dalle nostre vite?

Il linguaggio costruisce il pensiero. Se non ci liberiamo dal linguaggio sessista, le azioni continueranno a rappresentarlo.

Esistono argomenti ancora poco approfonditi?

Certamente! La violenza economica, per fare un esempio, subdola perché legittimata da una cultura che, ancora oggi, non riconosce le donne come soggetti pubblici e che vede il mondo dell’economia e della finanza come appannaggio del genere maschile. È vero che qualcosa sta cambiando, ma siamo certi che non si tratti di apparenza? Il vissuto delle donne che accedono ai centri antiviolenza rappresenta una realtà, che deve ancora modificare la base culturale su cui la violenza economica si fonda. Quanto fatto finora ha solo scalfito la superficie. Certo, rispetto a dieci anni fa, ora si parla di violenza economica e qualcuno addirittura la riconosce, ma c’è ancora troppa poca formazione per chi decide sulle vite delle donne.

La panchina che abbiamo installato, riporta il messaggio “NON SEI SOLA”. Come possiamo affiancare ed aiutare una donna in difficoltà?

Il percorso di uscita dalla violenza, per la nostra società, è ancora lungo e tortuoso, ma ci sono molte, moltissime organizzazioni che hanno iniziato a tracciare la via. Sono i centri antiviolenza che, dalla metà degli anni ’80, hanno iniziato ad approfondire un tema che era un tabù e lo hanno portato, piano piano, alla luce del sole.

Per queste organizzazioni è fondamentale rispettare la libertà di scelta delle donne che decidono di farsi affiancare nei loro percorsi di uscita dalla violenza, di definire i tempi e i modi per iniziare il nuovo progetto di vita; la libertà delle donne è interpretata come autonomia ed indipendenza o base per costruire la sicurezza e l’autotutela. Nei centri antiviolenza, tutte le scelte delle donne che vi accedono sono rispettate, così come il loro anonimato e la segretezza delle storie che portano.

Come vengono aiutate concretamente le donne che chiedono aiuto?

L’esperienza è tanta ed è messa a disposizione delle donne, attraverso:

  • Accoglienza telefonica
  • Accoglienza in persona
  • Ospitalità in case rifugio
  • Supporto legale
  • Supporto psicologico
  • Attività di sensibilizzazione e prevenzione
  • Orientamento e accompagnamento al lavoro

E tutto quello che può essere utile alle donne che intraprendono un percorso di uscita dalla violenza.

Per conoscere i centri antiviolenza in Italia: https://www.direcontrolaviolenza.it/i-centri-antiviolenza/

Per chi si trova a Milano: https://www.cadmi.org/

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